Carissimi, con animo colmo di gratitudine al Signore e con viva partecipazione pastorale, desidero condividere con voi una notizia che tocca da vicino il cuore della nostra Chiesa diocesana e interpella, in modo concreto, la verità del nostro essere discepoli del Signore Gesù.
Nei prossimi giorni, attraverso l’opera della nostra Caritas diocesana, accoglieremo una famiglia irachena giunta in Italia mediante i corridoi umanitari, via legale e sicura promossa dalla Chiesa in Italia per offrire protezione a uomini, donne e bambini costretti a lasciare la propria terra a causa della guerra, della violenza, della persecuzione e di condizioni di grave vulnerabilità. In tale opera si manifesta il volto materno della Chiesa che non si stanca di farsi prossima a quanti sono provati dalla sofferenza e dall’incertezza del domani.
La Parola di Dio che illumina il cammino del credente e orienta il discernimento delle comunità, ci consegna un monito limpido ed esigente: “Ero straniero e mi avete accolto” (cfr. Mt 25,36). In questa parola del Vangelo cogliamo la reale misura della nostra fedeltà a Cristo. Accogliere non significa soltanto offrire riparo, ma riconoscere nell’altro un fratello e testimoniare che la carità cristiana è capace di farsi vicinanza, condivisione, accompagnamento, dignità restituita e speranza custodita.
La famiglia che ci apprestiamo ad accogliere proviene dall’Iraq, terra ferita da lunghi anni di conflitti, instabilità, sfollamenti e profonde sofferenze sociali e umane. Sarà accolta a San Marco Argentano in un appartamento della Parrocchia Sacro Cuore, proprio di fronte la Cattedrale. Cercheremo di inserirli nel mondo lavorativo e nella comunità parrocchiale poiché sono cristiani cattolici e i loro tre figli continueranno il percorso scolastico.
Pensare a questa famiglia significa contemplare volti concreti, raccontare storie segnate dalla prova, ascoltare attese silenziose, accogliere domande di pace, costruire desiderio di futuro. Per questa ragione il gesto che la nostra Diocesi si prepara a compiere non ha soltanto un valore organizzativo o assistenziale, ma possiede un significato profondamente evangelico ed ecclesiale, facendosi segno di consolazione, profezia di fraternità e seme di pace in un tempo attraversato da divisioni e paure.
L’esperienza dei corridoi umanitari, come ricorda Caritas Italiana, ci insegna che al centro dell’attenzione vi sono, insieme, la persona che arriva e la comunità che accoglie. È un incontro che domanda preparazione, delicatezza, discrezione, responsabilità; ma è anche un incontro che rigenera, educa, converte e fa maturare. Quando una comunità cristiana apre le sue porte a chi è nel bisogno, non compie soltanto un’opera buona, si predispone a riscoprire più profondamente sé stessa, la propria vocazione e il proprio compito nella storia.
In tale contesto, desidero esprimere il mio più sincero e riconoscente apprezzamento alla Caritas diocesana, nelle persone del direttore Enzo Bova, del vice don Michele Arenas e dell’intera équipe, per la dedizione generosa, la sensibilità ecclesiale e la competenza con cui stanno accompagnando questo delicato percorso. Il loro servizio, spesso silenzioso e nascosto, è testimonianza preziosa di una Chiesa che non si limita a proclamare il Vangelo della carità, ma lo incarna nei gesti, nelle scelte, nello stile della prossimità e nella fatica quotidiana dell’accompagnamento.
Rivolgo pertanto un accorato invito a tutta la nostra Chiesa diocesana — comunità parrocchiali, presbiteri, diaconi, consacrati e consacrate, associazioni, movimenti, famiglie e singoli fedeli — perché questa accoglienza sia sentita come un evento che riguarda tutti. Nessuno pensi che si tratti di una responsabilità delegata a pochi. Ogni autentica esperienza di carità ecclesiale domanda una partecipazione corale, fatta di preghiera, di vicinanza, di attenzione, di rispetto, di sostegno concreto e di capacità di creare relazioni vere. Siamo chiamati a custodire questa famiglia non soltanto con l’efficienza dell’organizzazione, ma con la tenerezza evangelica che sa riconoscere nel fragile una presenza da onorare e nel forestiero un dono da accogliere.
In un tempo nel quale troppo spesso prevalgono l’indifferenza, la paura o la chiusura, il Signore ci offre l’opportunità di testimoniare che la fraternità non è un’idea astratta, ma una via possibile, concreta e cristianamente necessaria. Affidiamo questa famiglia irachena, così come tutti coloro che nel mondo vivono l’esperienza drammatica dell’esilio, della perdita e dell’abbandono, all’intercessione della Beata Vergine Maria, Madre della Chiesa e Madre della speranza. Ella, che accolse nel silenzio e custodì nella fede il mistero della vita, insegni anche a noi la bellezza di un cuore aperto, di una casa ospitale e di una comunità capace di riconoscere il volto del Figlio di Dio in chi bussa alla sua porta.
Diamo così il nostro benvenuto alla famiglia Fatoohi: alla mamma Athra Naji, al papà Fawwaz e ai loro tre figli Hekmat, Sebastiano e Simon.
Con affetto paterno, vi benedico di cuore.
San Marco Argentano, 27 aprile 2026
† Stefano Rega
Vescovo
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