Omelia Ordinazione presbiterale di don Giuseppe Mazza e don Giovanni Greco

14-05-2026

Nella gioia del tempo pasquale, in cammino verso la Pentecoste, accompagnati in questo mese dalla beata Vergine Maria, viviamo questa sera un momento di grazia celeste. Ci siamo radunati nella nostra Chiesa Cattedrale per sperimentare la bellezza e la certezza del Signore che passa ancora in mezzo al suo popolo e dice che non si è stancato della nostra terra e della nostra comunità diocesana.
Per questo il primo sentimento che avverto e che vorrei comunicare è la gratitudine; anzitutto al Signore che continua a chiamare e a benedirci, poi alle vostre famiglie, alla comunità di Santa Maria della Grotta in Praia a Mare, ai sacerdoti don Franco e don Paolo che vi hanno accompagnato, ai formatori, ai compagni di cammino, a questo diletto presbiterio, a Mons. Bonanno che ha accolto gli inizi del vostro cammino. Saluto con affetto don Mario Spinocchio insieme a membri dell’equipe formativa del San Pio X; saluto con affetto Padre Andrea Piccolo (Don Andrea Farina) e i formatori di Posillipo e saluto il Rettore dell’Almo Collegio Capranica Don Filippo Nicolò. Saluto, inoltre, il Sindaco di Praia e tutte le autorità civili e militari convenute.
Oggi la Chiesa è in festa per l’apostolo Mattia e questa festa illumina il mistero che stiamo celebrando. In ascolto della Parola di Dio appena proclamata voglio condividere con voi alcune riflessioni. Negli Atti, si narra che dopo la ferita lasciata
da Giuda, la Chiesa prega con queste parole: «Tu, Signore, che conosci il cuore di tutti, mostra quello che hai scelto». Il ministero, carissimi, non è opera di auto comunicazione umana. Ricordiamoci che è Dio che chiama, ed è lo stesso Dio che affida. Ecco il primo annuncio: il sacerdozio è dono. Prima ancora di essere compito, è grazia. Per questo sappiamo che nessuno può darsi il sacerdozio da sé. E qui voglio sostare sulle parole che voi ordinandi mi avete consegnato. Tu, Giovanni, hai scritto: «Sono persuaso dalla certezza che Dio è amore, perdono, misericordia, e che mi chiama ad un’intima relazione con Lui perché mi ama, ed io voglio corrispondere a questo amore». Dalle tue parole si percepisce il desiderio di essere strumento della sua misericordia. Questa è la radice del sacerdozio: una certezza ricevuta. Non un’idea, ma un volto, quello di Gesù di Nazareth che imparerai a scorgere sul volto di ogni fratello e di ogni sorella. Custodisci questa certezza nei giorni di smarrimento: scoprirai che il prete non è anzitutto un uomo che ha le risposte pronte; è un uomo che nei suoi limiti ha incontrato un Amore che non giudica. E tu, Giuseppe, hai scritto parole che commuovono: «Ho fatto esperienza della consolazione di Dio nella morte di mamma, il 24 ottobre 2024. Desidero essere strumento di consolazione. La Provvidenza mi ha sempre accompagnato e preceduto». Carissimo Giuseppe, oggi tua madre ti guarda dal Cielo. Hai imparato la consolazione lì dove l’avevi più temuta: nel buio del dolore. Per questo ti auguro di diventare un prete consolatore, perché
hai bevuto al calice della sofferenza e lì hai attinto e scoperto la presenza del Signore. E la Provvidenza, che ti ha sempre preceduto, non ti lascerà neppure ora.
Soffermandoci ancora sul testo degli Atti, leggiamo che “uno divenga testimone, insieme a noi, della sua risurrezione”. La scelta di un nuovo Apostolo al posto di Giuda è motivata da questo annuncio, essere testimoni della sua resurrezione. A questo siamo chiamati ad essere testimoni, che hanno sperimentato e che sanno raccontare con la vita e poi con le parole che c’è vita, c’è speranza, che il Signore è Risorto.
Il sacerdozio, dono ricevuto, chiede ora una consegna totale, anche della propria libertà. Liberamente oggi dite il vostro “eccomi, si lo voglio” e in questa libertà vi consegnate, senza poi volerla riprendere; oggi con gioia, con entusiasmo dite il vostro si e questo vale per tutto ciò che la Chiesa vi chiederà. Le vostre mani nelle mani del Vescovo, il vostro prostrarvi con la faccia a terra, sogno segni potenti con cui vi impegnate, davanti a tutta questa folla che vi osanna, ad essere i primi a scegliere ciò che è piccolo, povero, umile e che il mondo scarterebbe, vi impegnate ad essere i primi a non seguire la logica del mondo, ma quella del Vangelo e così porterete frutto e la vostra gioia sarà piena. Il Vangelo lo dice chiaramente: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto». E l’inno ai Filippesi ci offre la chiave interpretativa: «Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù, il quale, pur essendo nella condizione di Dio, non
ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso, assumendo la condizione di servo». Cristo non ha salvato il mondo trattenendo la vita, ma donandola senza riserve. Figli carissimi, anche al vostro cuore consegno un testo che da anni accompagna la mia preghiera. È uno scritto di Santa Teresa Couderc, per le sorelle del Cenacolo intitolato il Consegnarsi. Ascoltate: «Consegnarsi è più che dedicarsi, è più che donarsi, è anche qualche cosa di più che abbandonarsi a Dio. Consegnarsi è morire a tutto e a se stessi, non più occuparsi dell’io se non per tenerlo sempre rivolto a Dio. È quello spirito di distacco che non si lega a nulla, né alle cose, né alle persone, né al tempo, né ai luoghi. È aderire a tutto, accettare tutto, sottomettersi a tutto.»
Carissimi don Giuseppe e don Giovanni, la Chiesa non vi chiede solo di dedicarvi. Non solo di donarvi. Vi chiede di consegnarvi. Vi chiede di entrare nella forma di Cristo, quella che delinea la fisionomia di uno che non ha saputo trattenere neppure l’ultimo respiro. Il sacerdote consegnato non si lega ai luoghi come fossero proprietà privata, non chiede al popolo quello che solo Dio può dargli. Così la vostra gioia sarà piena e sarete veri amici del Signore; vi ripeto ciò che l’atra sera ho detto al cinquantesimo di sacerdozio di don Michele, l’amicizia, lo sappiamo, ha una caratteristica unica: condivide i segreti e voi oggi siete ammessi ai segreti di Dio. Custodite questa intimità che sola può dare significato al vostro sacerdozio.
Papa Leone XIV, parlando ai nuovi presbiteri, lo scorso 26 aprile, ha donato un’immagine potentissima: il prete, ha ricordato il Papa, deve essere un canale, non un filtro. Il filtro seleziona e trattiene. Il canale lascia scorrere. Un sacerdote filtro fa passare solo chi gli somiglia. Un sacerdote-canale lascia che Cristo raggiunga il povero, il ferito, il lontano. Il Papa ha poi ribadito: «Tenete la porta aperta! Lasciate entrare e siate pronti a uscire». Ci sono appartenenze che soffocano. Non così la Chiesa del Signore: chi è salvato «entrerà e uscirà e troverà pascolo». Il prete deve diventare il custode di questa libertà. La vostra consegna non sia un peso. Il sacerdote consegnato è un uomo lieto. Non porta sulla faccia il rancore di chi ha rinunciato a qualcosa, piuttosto manifesta in sé la luce di chi ha trovato tutto.
Vi esorto ad andare avanti senza paura. Il Signore vi ripeterà ogni giorno “non abbiate paura”, e poi ce questa bella famiglia presbiterale in cui vi inserite, che con l’esempio di una vita generosa e fedele vi accompagnerà, vi sosterrà, vi testimonierà la bellezza del vivere la fraternità, la partecipazione alla vita diocesana, agli appuntamenti per la formazione, per i ritiri mensili, per le uscite di fraternità, a sedervi ai primi posti per non perdervi nulla di ciò che la Chiesa vi offrirà per la vostra crescita umana e spirituale, non sentendovi mai arrivati, ma sempre bisognosi di imparare. Questo presbiterio, vi incoraggerà a dare il massimo, a puntare in alto, a non accontentarvi della mediocrità, a non perdere l’entusiasmo dei
primi giorni, a credere nel Vangelo, a correggervi nella carità e nella verità, a prendersi cura nel rispetto, nella delicatezza, nel desiderio di crescere nella comunione a tutti i costi. Siate sacerdoti della certezza che Dio è amore. Con Papa Leone vi dico ancora: “Siate riflesso della sua pazienza e della sua tenerezza, siate di tutti e per tutti. Non estraniatevi dalla vita, la vita non si esaurisce in parrocchia o nell’associazione o nel movimento o nel gruppo, uscite e trovate la cultura, la gente, la vita, meravigliatevi per ciò che Dio fa crescere senza che noi l’abbiamo seminato. Siate sacerdoti della consolazione, attinta nel mistero del dolore. Siate sacerdoti che tengono aperta la porta. Siate sacerdoti che, in ogni parrocchia, sappiano vedere ogni persona — soprattutto la più piccola — come un infinito che vale più dell’infinito. Quando vi sembrerà di avere poco da offrire, ricordatevi di ciò che il Signore oggi ha detto nel Vangelo: “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi”. Dio non vi ha scelti per la vostra autosufficienza, ma per la vostra generosa disponibilità.
Maria, donna dell’eccomi, vi prenda per mano. Vi insegni la docilità di Cana, la fortezza del Calvario, la custodia del silenzio, la perseveranza dell’amore. Vi insegni il segreto dell’essere liberi, vi comunichi che il consegnarsi è dolce, pace, è paradiso anticipato. Vi incoraggio con affetto paterno a non smettere mai di essere uomini consegnati: consegnati a Cristo, alla Chiesa, al Vangelo, ai poveri, al popolo santo di Dio. Amen