Omelia Veglia di Pentecoste

23-05-2026

Ci ritroviamo insieme, in questo luogo meraviglioso, per celebrare la veglia di Pentecoste. Veniamo da luoghi diversi, da storie differenti, abbiamo camminato partendo dalle nostre case e dalle nostre comunità. Questa sera invochiamo su noi e sul mondo il dono dello Spirito Santo perché la nostra intelligenza e il nostro cuore, la volontà e gli affetti possano dischiudersi all’incontro con ogni fratello e sorella nel dialogo e nella pace. Concludiamo il tempo della Pasqua ringraziando il Signore perché ci è stato accanto con la Parola e con i segni della sua misericordia. Nelle persone che ci hanno accompagnato, nelle iniziative che abbiamo promosso, nei frutti che stanno maturando troviamo una speranza che fa di noi una profezia per il mondo. La Pentecoste indica un compimento, una meta raggiunta che tuttavia, ci spinge ad una missione più grande: la testimonianza! Essa richiede forza, coraggio, entusiasmo, creatività, spirito di intraprendenza. Tutte queste caratteristiche si realizzano e crescono nella comunione ecclesiale. È meraviglioso contemplare la vostra presenza questa sera, nella sfumatura che esprimono diversità e convergenza. Allargando la nostra prospettiva e facendo memoria delle opere di Dio nella storia della salvezza, contempliamo nel suo atto creativo, all’origine del mondo, un gesto che scompone. Separa infatti la luce dalle tenebre,
le acque di sotto da quelle di sopra, la terra dal mare, il giorno dalla notte. Dio, dunque, per dare la vita divide. In quell’atto creativo tutti gli esseri viventi sono generati ciascuno secondo la propria specie. In modo originale e singolare. I germogli, le erbe, gli alberi da frutto. I pesci del mare e gli uccelli del cielo, gli animali selvatici e i rettili della terra. Poi Dio crea l’uomo. Ciascuno diverso dall’altro. Perché senza diversità non ci sarebbe nulla. Eppure, questa separazione iniziale non è motivo di conflitto. La divisione voluta da Dio non genera barriere, ma produce armonia. La diversità divina non è una minaccia, ma una risorsa per la vita dell’umanità e per il tempo della storia.
La pagina della Genesi che abbiamo ascoltato ci presenta però l’altra faccia di questa diversità voluta da Dio: quando l’uomo pretende di costruire da sé la propria unità, fuori dal disegno del Creatore, l’armonia si infrange e la comunicazione si spezza. «Tutta la terra aveva un’unica lingua e uniche parole»: sembrerebbe il sogno di una perfetta intesa, eppure quell’uniformità nasconde una pretesa, quella di “farsi un nome”, di toccare il cielo con le proprie forze, di sostituirsi a Dio. La torre di Babele è il simbolo di ogni progetto umano che vuole edificare l’unità senza accogliere il dono dall’Alto: produce confusione, dispersione, incomunicabilità. Babele è ancora oggi davanti ai nostri occhi: nelle parole che feriscono invece di costruire, nei dialoghi difficili delle nostre case e delle nostre piazze, nei muri che innalziamo tra popoli e culture, nelle guerre fratricide che generano solo morte. Lo Spirito di Pentecoste è esattamente il rovesciamento di Babele: non cancella le differenze di lingua, ma le rende capaci di intendersi nell’unico annuncio delle grandi opere di Dio. Dove l’uomo aveva disperso, lo Spirito raccoglie; dove l’orgoglio aveva confuso, l’amore traduce e rende tutto comprensibile.
All’origine del mondo Dio ha disegnato i confini della terra e, nel compimento della salvezza in Gesù, ci ha rivelato che questi confini devono essere raggiunti da ciascuno di noi, nel segno della sua misericordia. La Pentecoste lubrifica i nostri occhi, offrendoci uno sguardo nuovo. È lo sguardo stupito di chi, dopo Babele, ritrova la grammatica originaria del mondo che abolisce la rivalità e si apre alla lode, rifiuta la pretesa e accoglie la gratitudine. «Mandi il tuo spirito, sono creati, e rinnovi la faccia della terra»: ecco la nostra preghiera di stasera, ecco il respiro che cerchiamo. Lo Spirito non è una forza astratta, ma il soffio vitale che ricrea continuamente l’umano. Quando lo invochiamo, chiediamo che la terra del nostro cuore, spesso arida e indurita, torni a fiorire; che la nostra Chiesa, talvolta stanca, riscopra la freschezza delle origini; che il mondo, ferito da troppe guerre, riveda l’alba di una creazione riconciliata.
In questa multiforme grazia di Dio che nello Spirito Santo riesce a creare la comunione nella diversità, intercettiamo il grande dono della Pentecoste: la comunione! Paolo, nella Lettera ai Romani, ci offre la chiave più profonda per leggere il tempo che viviamo: «Sappiamo che tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi». Non si tratta di un gemito di morte, ma di un gemito di nascita: il dolore del mondo, le fatiche della Chiesa, le inquietudini del nostro cuore non sono il segno di una fine, ma il travaglio di una vita nuova che sta per venire alla luce. Paolo ci insegna a leggere le lacrime come grembo, e le attese come promessa. E aggiunge una parola di consolazione che dovremmo custodire come un tesoro: «Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili». Quante volte, davanti al male del mondo o alla nostra povertà interiore, non troviamo le parole per pregare! Ebbene, proprio lì lo Spirito prende il nostro posto: prega dentro di noi, traduce il nostro silenzio in supplica, il nostro buio in invocazione. La Pentecoste è anche questo, ovvero la certezza di non essere mai soli nel grido, perché c’è Qualcuno che dal di dentro grida con noi e per noi al Padre. L’incontro con Gesù, per sempre vivo nella storia, avviene all’inizio di un giorno nuovo. Un giorno che da allora sarà nuovo per sempre. Quell’alba che ha celebrato la vittoria della Risurrezione è la sorgente di una speranza incrollabile, nonostante tutti i limiti che l’uomo può sperimentare.
Quell’alba, scaturita dalla croce, è l’inizio dell’annuncio universale della vittoria sulla morte. Da lì, per ogni uomo e ogni donna, il futuro è sempre un futuro promettente e il domani che ci sta davanti è sempre una possibilità rinnovata per compiere grandi cose nel nome di Gesù.
E proprio in questo orizzonte di speranza risuona, vibrante, il grido di Gesù nel Vangelo di Giovanni: «Nell’ultimo giorno, il grande giorno della festa, Gesù, ritto in piedi, esclamò a gran voce: “Se qualcuno ha sete, venga a me e beva chi crede in me; come dice la Scrittura: dal suo grembo sgorgheranno fiumi di acqua viva”». Giovanni annota: «Questo egli disse dello Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui». Ecco svelato il senso ultimo di questa Veglia: lo Spirito è acqua viva, fiume che disseta, sorgente che non si esaurisce. La sete dell’uomo contemporaneo è grande – sete di senso, di amore vero, di pace, di giustizia, di Dio – e troppe volte cerchiamo di placarla attingendo a cisterne screpolate che non trattengono l’acqua. Gesù, ritto in piedi nel giorno più solenne della festa, ancora oggi grida a ciascuno di noi: «Venite a me!». E promette qualcosa di sorprendente: chi beve di Lui non diventa un pozzo chiuso, ma a sua volta sorgente: «dal suo grembo sgorgheranno fiumi». È questa la sfida della Pentecoste: lasciarci dissetare per diventare dissetatori, accogliere per donare, ricevere lo Spirito per riversarlo nei luoghi aridi del mondo.
Dopo aver sostato, con Maria, ai piedi della croce, possiamo incamminarci, sull’esempio delle donne della risurrezione, per le strade del mondo a portare con entusiasmo l’annuncio che il nostro Dio è compimento della libertà e dell’attesa nascosta nel cuore di ciascuno. Mi rivolgo a voi giovani, in particolare, per esortarvi a sentirvi come i discepoli nel cenacolo, radunati con Maria, in attesa del compimento della promessa di Gesù. Il Signore non ci lascerà soli! Il suo Spirito camminerà con ciascuno di noi, ogni giorno, e sarà la nostra forza. Il suo Spirito farà di noi i testimoni gioiosi ed appassionati della buona notizia del vangelo. E voi percorrerete le strade delle vostre realtà e raggiungerete i confini della terra per raccontare questa speranza che è speranza di ogni uomo.
Nella cornice suggestiva di questo luogo e di questa sera, lasciamoci conquistare dallo Spirito di Gesù risorto. Vogliamo dunque fare memoria e rivivere la promessa e il compito che Gesù ha affidato ai suoi discepoli nel giorno del suo ritorno al Padre: «Riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra» (cfr. At 1,8). Quel Dio creatore che, all’origine del mondo, separando ha dato vita alla terra, nel dono del suo Spirito all’alba della Pentecoste, ha riunito ogni dispersione, ha riconciliato ogni divisione, ha dischiuso al dialogo ogni forma di incomunicabilità. La diffidenza si è

trasformata in incontro, le barriere si sono sciolte e le frontiere si sono aperte. L’uomo che percorre le strade della terra non è più profugo o straniero ma è fratello di chi incontra e cittadino in ogni popolo. Lo Spirito della sapienza ha acceso il fuoco della passione per la verità e la ricerca, così che ogni cultura diversa, nel confronto sincero e rispettoso, possa essere un dono per ciascuno e una risorsa per il bene comune dell’umanità.
Al termine di questa riflessione consegno tre parole sulle quali vorrei suscitare il desiderio di un cammino appassionato per tutta la Diocesi: condivisione, creatività e comunione. Lo Spirito Santo è il custode della nostra missione. Susciti nei nostri cuori il desiderio di condividere la fede, le gioie, i dolori e le speranze di ciascuno di noi, animi i nostri progetti pastorali nella creatività dei suoi doni, rafforzi il vincolo della comunione che ci rende chiesa unita nell’Amore. Amen.