Messaggio del Vescovo per Quaresima 2026: “Si può dare di più”

Carissimi,
il messaggio cristiano della Quaresima si riassume nel monito della liturgia penitenziale delle Ceneri “convertiti e credi al Vangelo”. Un nuovo tempo santo ci viene incontro come un effluvio di Grazia che infonde in noi fiducia, pace e gioia vera. La Chiesa, Madre e Maestra, ci insegna che la Quaresima è un tempo non limitato semplicemente a scandire 40 giorni del calendario liturgico; esso interpella con parresia la nostra vita, le nostre scelte, il nostro modo di stare davanti a Dio e agli uomini.
Per illuminare il cammino che intraprendiamo, desidero richiamare una pagina significativa della letteratura italiana del Novecento dal titolo “Cristo si è fermato a Eboli” di Carlo Levi: “Io pensavo a quante volte, ogni giorno, usavo sentire questa continua parola, in tutti i discorsi dei contadini. ‘Ninte’, come dicono a Gagliano. Che cosa hai mangiato? Niente. Che cosa speri? Niente. Che cosa si può fare? Niente”. La stessa, e gli occhi si alzano, nel gesto della negazione, verso il cielo. L’altra parola che ritorna sempre nei discorsi è ‘crai’, il ‘cras’ latino, domani/mai. Tutto quello che si aspetta, che deve arrivare, che deve essere fatto o mutato è ‘crai’. Ma ‘crai’ significa mai. In questa pagina incontriamo un’umanità povera, dimenticata, apparentemente esclusa dai grandi processi della storia, eppure profondamente viva. Quella descritta dall’autore è una terra ferita, ma mai priva di dignità. Si delinea la fisionomia di un’umanità stanca, ma non del tutto spenta. La Quaresima ci conduce proprio nei luoghi della marginalità, esteriori e interiori, dove spesso pensiamo che Dio non passi più. E invece è proprio lì che Egli attende come padre misericordioso il ritorno del figlio.
Per tale motivo vivremo questi giorni non come un’ascesa trionfale, ma una discesa umile, come un ritorno all’essenziale, un mettersi in ascolto della vita così com’è, senza abbellimenti e inutili orpelli estetici. Anche la nostra terra di Calabria conosce fatiche, silenzi e attese non sempre colmate. Eppure, la fede ci insegna che nessuna storia è esclusa dalla salvezza. In questo orizzonte risuonano le parole di una canzone italiana molto conosciuta, “Si può dare di più” cantata da Gianni Morandi e Umberto Tozzi che con forza e realismo così afferma: “Non puoi dire “lascia che sia” perché ne avresti un po’ colpa anche tu. Si può dare di più, perché è dentro di noi, si può dare di più senza essere eroi”. Ritengo sia un richiamo prezioso per la Quaresima: Dio non ci chiede l’eroismo spirituale, ma la fedeltà quotidiana, la coerenza silenziosa e la verità del cuore. Dio non cerca gesti clamorosi, ma cuori abitati dalla sincerità e dalla compassione.
Il Vangelo che apre la Quaresima, proclamato nel Mercoledì delle Ceneri, si colloca come uno tra i testi più esigenti e liberanti. Ripercorriamo insieme le sue espressioni: “Guardatevi dal praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro” (Mt 6,1). Gesù ci introduce subito nel cuore del cammino quaresimale attraverso la questione dell’intenzione.
Il Maestro non ci chiede se preghiamo, se digiuniamo, se facciamo elemosina; dà per scontato che lo facciamo. La domanda vera è: per chi lo facciamo? Gesù smaschera una tentazione sempre attuale, quella di vivere la fede come rappresentazione, come ricerca di consenso o bisogno di riconoscimento. Anche le cose più sante possono essere svuotate, se diventano strumenti per affermare noi stessi. La Quaresima è allora un tempo di purificazione, anzitutto dello sguardo su Dio, poi purificazione del rapporto con gli altri, e purificazione dell’immagine che abbiamo di noi stessi. Le ceneri che riceviamo sul capo non sono un gesto insignificante. Sono un richiamo eloquente a tre verità preziose: non siamo il centro dell’universo; la vita non ci appartiene; tutto è dono.
Gesù continua: “Quando preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo nel segreto”. Il Maestro non condanna la preghiera comunitaria, ma ci ricorda che senza una relazione personale e autentica con il Padre, ogni gesto religioso diventa vuoto. Sforziamoci di ritrovare la dimensione del silenzio per fare spazio a una preghiera meno frettolosa, meno abitudinaria e più autentica. Pregare nel silenzio significa permettere a Dio di parlare là dove non possiamo fingere, dove cadono le maschere, dove emergono le domande vere.
“Quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipocriti”. Il digiuno non sia vissuto come mortificazione sterile, ma diventi esercizio di libertà. Digiunando ci abituiamo a non essere schiavi, a non riempire ogni vuoto, a riconoscere che “non di solo pane vive l’uomo”. In una società che consuma tutto e subito, il digiuno diventa una profezia che interpella il nostro stile di vita, il rapporto con i beni, con il tempo e con l’altro. Alla comunità diocesana chiedo di vivere questa Quaresima come un tempo di verità condivisa, evitando il rischio deludente di una somma di cammini individuali, e riconoscendoci come popolo che si lascia convertire insieme. Siamo chiamati a essere una Chiesa che non si ferma in superficie, non si accontenta delle apparenze e si rifiuta di confondere la fede con l’abitudine. Desideriamo una Chiesa capace di stare accanto alle fragilità, senza giudizio, fretta o superiorità.
Carissimi, viviamo questi giorni per tornare al cuore, là dove Dio ci attende. Non temiamo la povertà delle ceneri: da esse può nascere una vita nuova. Camminiamo insieme verso la Pasqua, certi che il Signore opera nel segreto e che la sua misericordia non viene mai meno. La tenerezza di Dio che accoglie la nostra fragilità ci porterà a sperimentare che “si può dare di più, perché è dentro di noi. Si può dare di più senza essere eroi”.
Buona Quaresima!
San Marco Argentano, 18 febbraio 2026 Mercoledì delle Ceneri

† Stefano Rega, vescovo

Facebooktwittermail